Blog di viaggio di Andrea. Spero che questo blog mi aiuti a viaggiare!

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CANZONI COMUNISTE DA SCARICARE


    Invitiamo tutti i lettori a contattarci se hanno altre canzoni da inserire ed Nota: per scaricare gli audio cliccare con il tasto destro del mouse sul brano che. E lu menestre colombe e venute da rome Fausto Amodei La canzone della classe dirigente Canzoniere Internazionale Canzone per Giuseppe Pinelli. Da qui puoi anche scaricare in formato MP3 il brano Internazionalisti, divenuto A richiesta, è disponibile anche il CD Canzoni Comuniste, con i brani storici del. Canzoni rivoluzionarie da scaricare. tourismepeymeinade.info Molti dei dischi qui citati li ho a casa Addio_Lugano_bella.

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    Pietro Ingrao per me non è un mito. Ne ho altri, finti, veri, cartacei. Ma non pretendo che siano universali. Non è un padre della Patria. Cioè la madre Russia comunista.

    Il pugile ariano mima un combattimento. Suona la campana di inizio round. Dall'angolo emerge un giudice-arbitro che inizia a recitare la canzone. Non appena inizia a parlare il pugile ariano scatta contro l'imputato e inizia a colpirlo.

    Un jab sinistro entra nella guardia mal portata dell'impiegato che vacilla Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo piantata tra l'aorta e l'intenzione, L'iniziativa dell'avversario spinge il pugile alle corde noi ti abbiamo osservato dal primo battere del cuore fino ai ritmi piu' brevi dell'ultima emozione quando uccidevi, diretto destro favorendo il potere diretto sinistro i soci vitalizzi del potere diretto destro, schizza via il paradenti ammucchiati in discesa diretto sinistro, la testa oscilla priva di difesa, le braccia calano a difesa della loro celebrazione.

    Il giudice impone un break E se tu la credevi vendetta lo conta in piedi il fosforo di guardia uno, due, tre, quattro segnalava la tua urgenza di potere cinque sei sette mentre ti emozionavi nel ruolo piu' eccitante della legge quello che non protegge la parte del boia. Il pugile ariano, sullo stacco musicale, si slancia dal suo angolo e colpisce ripetutamente, a ritmo con la musica, l'impiegato che crolla a terra. Luci passano come fari fendendo il buio e la platea.

    Imputato, il dito piu' lungo della tua mano e' il medio quella della mia e' l'indice, eppure anche tu hai giudicato.

    SCEGLI UN ARGOMENTO

    Hai assolto e hai condannato al di sopra di me, ma al di sopra di me, per quello che hai fatto, per come lo hai rinnovato, il potere ti e' grato. L'impiegato viene fatto rialzare. Ha il volto tumefatto.

    Si nota, solo ora che le mani, infilate nei guantoni sono legate insieme tra loro all'altezza dei polsi. Non puo' difendersi. Ascolta, una volta un giudice come me giudico' chi gli aveva dettato la legge: prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge. L'impiegato cade ripetutamente e ripetutamente viene rimesso in piedi. Continui stacchi di bianco e nero, trasformano la scena in flash drammatici.

    Gli attori posano a tableaux vivant sui colpi portati. Oggi, un giudice come me, lo chiede al potere se puo' giudicare. Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? Sullo sfondo viene aperta una finestra e un manichino, con le fattezze dell'impiegato e' fatto volare attraverso di essa.

    Giovinezza

    L'impiegato, quello vero, e' in ginocchio sul ring. Vuoi essere assolto o condannato? E' una luce blu che richiama i sogni. L'ambiente attorno sembra essersi fatto d'acqua, per una canzone liquida che ha l'acqua dentro il testo e nelle note. Sul palco il ring e' smantellato e, al suo posto, trovano spazio tre figure umane, con le gambe unite come un tronco d'albero ben radicato a terra e le braccia coperte da frammenti metallici. Le braccia oscillano lentamente, come scosse dal vento, che soffia davvero, muovendo i teli degli scenari sullo sfondo.

    Appesi alle braccia degli uomini-albero tintinnano, oscillando, degli acchiappasogni indiani Lakota. Il giudice alza un coltello sopra la sua testa, l'impiegato si para con le mani, ma il giudice si limita a tagliare i legami ai polsi dell'impiegato, che si alza.

    Coni di luce individuano il personaggio parlante "Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare? L'impiegato prende posto in un punto rialzato del palcoscenico, una specie di ponte, e si appoggia alla sua balaustra. Non dovrai che restare sul ponte e guardare le altre navi passare le più piccole dirigile al fiume le più grandi sanno già dove andare". Il giudice resta steso a terra. Si conclude il cartone, l'impiegato-giudice inizia a girare tra gli uomini-albero, arrugginiti nella loro paura di arrugginire.

    Si avvicina a uno in particolare: Berto. Nella luce blu si diffonde una cascata di bolle di sapone colorate. L'impiegato, scientemente, con costanza e con dispetto, fa esplodere tutte le bolle che gli si avvicinano. Berto cerca invece di afferrarle.

    E ora Berto, figlio della lavandaia, compagno di scuola, preferisce imparare a contare sulle antenne dei grilli non usa mai bolle di sapone per giocare; Scena del funerale della mamma di Berto. Berto la segue. Si ferma per suggerire a Dio etc etc , inizia a scappare e viene nuovamente trasformato in uomo-albero.

    Entra un bambino triste e inizia a raccontare al pubblico la "sua" interpretazione della canzone. Ho investito il denaro e gli affetti banca e famiglia danno rendite sicure, con mia moglie si discute l'amore ci sono distanze, non ci sono paure, La strofa comincia con una constatazione sul rapporto con la moglie, ammettendo "distanze pur senza paure" ma Siamo sicuri che "lei" sia la moglie?

    Secondo me il riferimento alla moglie termina con il quarto verso, delineando un rapporto ormai di rispetto piu' che di amore, come in molte coppie dopo alcuni anni di matrimonio ho detto molte, non tutte, non offendetevi, piccioncini! Infatti i "due passaporti", la valigia di ciondoli preservativi?

    C'erano gia' nel 73?

    Commissario io ti pago per questo, lei ha gli occhi di una donna che è mia, l'uomo magro ha le mani occupate, una valigia di ciondoli, un foglio di via. Che cazzo c'entra allora' il commissario, mi dirai? Ricordati che l'impiegato ora e' un socio vitalizio del potere, quindi il commissario di polizia e' suo "schiavo", e l'impiegato lamenta probabilmente la cacciata della donna che ormai sente sua "lei ha gli occhi di una donna che e' mia" e del protettore che ora ha in mano il tragico foglio di via.

    Come si permette la polizia di troncare il rapporto tra un potente e una donna, sia essa santa o puttana? Il potere non serve alla felicita'. Se queste analisi vi sembrano fatte da un pazzo ubriaco E' vero, mi identifico molto in "Storia", non invitatemi a balli mascherati o sara' peggio per voi L'impiegato lo indica.

    Non ha più la faccia del suo primo hashish è il mio ultimo figlio, il meno voluto, ha pochi stracci dove inciampare non gli importa di alzarsi, neppure quando è caduto: Fiamme livide illumino la scena, un incendio, un falo', un rogo per le nuove streghe. In controluce rispetto alle fiamme svolazza l'impiegato nella sua toga nera.

    L'impiegato si scaglia contro il giudice rimasto a terra, da dove ha osservato atterrito 'intera scena. Lo afferra per il collo e inizia a stringere. Il giudice si divincola, si rialza, atterra a sua volta l'impiegato, gli strappa la toga, la reindossa ed esce ridendo.

    L'impiegato resta a terra e da terra lancia la mincaccia finale. Vostro Onore, sei un figlio di troia, mi sveglio ancora e mi sveglio sudato, ora aspettami fuori dal sogno ci vedremo davvero, io ricomincio da capo. Cominciamo dal carcere e, per tornare indietro, sfruttiamo la tecnica del flashback. Per i sogni, eventuali, non c'è problema. I sogni sono il pane del cinema! Un lungo piano sequenza all'interno di un carcere. Un carcere senza secondini. Ovunque tracce di una rivolta.

    Brande capovolte, materassi sventrati. Le porte delle celle sono tutte spalancate. Un uomo è seduto al tavolo nella sua cella.

    Sta scrivendo. E fuma. Il fumo della sigaretta si mischia al fumo degli incendi, che vanno via via spegnendosi. Dietro le sbarre della finestra, la luce del giorno è grigia.

    L'uomo distoglie la sua attenzione, dal foglio di carta che gli sta davanti, per rivolgerla al giovane. Posa la penna, si toglie gli occhiali e, stropicciandosi la radice del naso fra il pollice e l'indice, conclude - "non lo so!

    E' passato un bel po' di tempo da quando ho sentito, per la prima volta, quella canzone. Era una canzone che parlava di cuccioli, cuccioli come te e come quelli che erano con te, su quel treno a Ventimiglia! Ero già vecchio allora. Figuriamoci adesso! Non so cosa fare. Non lo sapevo prima e non lo so ora". Improvvisamente, si sentono delle esplosioni, in lontananza.

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    Fuori dalla cella si sente gridare. Urla, imprecazioni. Ancora colpi. Si comincia a sentire un odore acre di fumo. Ma non si tratta di tabacco, e neppure di crine bruciato. Da dentro il carcere, una voce comincia a cantare. Poi un'altra, e un'altra ancora. Il colore dell'interno della cella sfuma nel grigio del selciato di una strada. Una qualsiasi strada di una qualsiasi città. Le macchine parcheggiate si riconoscono chiaramente. Cinquecento, seicento, millecento.

    Qualche ! Le targhe sono illeggibili a causa del fumo che impregna l'aria, impenetrabile anche alla luce dei lampioni. Un gruppo di ragazzi, metodicamente, comincia a prendere le automobili parcheggiate e a spostarle in modo da ostruire la strada. Un, due e tre. Afferrano tutti insieme i paraurti della "fiat", le scuotono e, al "tre", le fanno ruotare.

    Via via che retrocedono, le automobili vengono date alle fiamme, per cercare di rallentare l'avanzata dello schieramento vestito in grigioverde.

    Un ragazzo armeggia, con un attrezzo, sul selciato. Sudato e ansimante, alla fine, si alza in piedi col suo trofeo: un sampietrino! Subito gli altri, sfruttando la chiave di volta, cominciano a divellere il fondo stradale. I sampietrini vengono ammucchiati agli angoli della strada.

    Il ragazzo di prima, con pochi passi decisi, si stacca dal gruppo, verso lo schieramento in grigioverde che avanza, e scaglia il sampietrino.

    Nel farlo, gli scivola giù il fazzoletto che gli copriva la faccia: il viso è lo stesso del ragazzo che, in carcere, è entrato nella cella dell'uomo! L'inquadratura fa una carrellata sulla strada. Si vede un poliziotto, col casco fracassato, per terra. Altri poliziotti lo soccorrono!

    Poi l'inquadratura torna sui dimostranti che esultano. Esultano e cantano! Sale, scorrendo, una ad una, tutte le finestre del palazzo. Le luci sono spente in tutti gli appartamenti. In tutti tranne uno! Nella stanza un uomo. Seduto al suo tavolo. Si alza.

    Va alla finestra. Torna a sedere. Si alza ancora. La luce della lampada gli illumina il viso: la faccia è la stessa dell'uomo in cella, solo più giovane! Già, l'unico sogno numerato in un album fatto in gran parte di sogni.

    Di sogni che, in gran parte, stentano ad andar giù a chi s'è già precostituito tutto; anche di utilizzarli per le sue piccole o grandi sfide quotidiane. Ora c'è, ad esempio, qualcuno che parla di "terrorismo". Terrorismo vorrebbe dire "generare terrore"; non per niente se ne parla non solo in termini di attentati o bombe, ma anche di psicologia. E allora rileggiamocelo questo "Sogno numero due" di De André; ma rileggiamocelo con attenzione estrema, ed anche, possibilmente, con un granello di immedesimazione.

    C'è un dibattito sul "terrorismo"? C'è una discussione fra chi, evidentemente, identifica ogni tipo di lotta armata con il "terrorismo" e si diverte a giocar trappolette a chi, sull'argomento, sono anni che è oltremodo chiaro? C'è il solito gioco a chi ha l'anima più candida? Bene, va tutto bene.

    Solo che prendere "Sogno numero due" a "testimonial" di tutto questo, come fa l'amico Lupo Grigio, mi sembra notevolmente inesatto. Di più: superficiale.

    L'errore di fondo è, a mio parere, prendere ogni cosa scritta da De André come una manifestazione inequivocabile del suo pensiero. Da qui, se ci si pensa bene, tutte le menate sul "De André cristiano" e compagnia bella. Si nega a De André la costruzione di una storia e dire che i concept album, in Italia, li ha praticamente inventati lui ; si nega la possibilità che le parole messe in bocca -o nel sogno- di qualcuno possano essere semplicemente e palesemente la riproduzione di uno stato d'animo o di qualcosa che attraversa la mente di un personaggio.

    Che cos'è il "Sogno numero due"? Il sogno di un trentenne che prende coscienza di certe cose; ed una presa di coscienza non è qualcosa di semplice, di automatico. Una presa di coscienza assomiglia invariabilmente al passo del gambero. E il Lupo Grigio, "sfidando" il Senia al "coraggio della coerenza"! Ho parlato prima di "passo del gambero". Certo, di cose il Potere ce ne inculca nella mente, a tutti quanti; e queste cose possono venir fuori in dei sogni.

    I nostri sensi di colpa ereditati, le morali -religiose o d'altro genere-, le incertezze legate al gioco delle ipotesi che s'incastrano. Che lo ringrazi per l'atto che sta per andare a compiere, che gl'insinui il dubbio che tutto sia già previsto e che non serva a niente.

    Che gli faccia balenare in testa l'idea terrificante d'essere solo un ingranaggio del potere e che, quindi, non vi sia mai scampo. Che non vi sia possibilità di ribellione.

    Ma è l'Impiegato stesso che sta sognando! Sta sognando tutte le sue costrizioni, tutte le sue remore, tutti i suoi dubbi; logico che si veda in un tribunale, perché è in gioco un atto che cambierà la sua vita. E' in gioco una rivolta. Come si schiera il Potere? Si schiera nel modo più subdolo ed efficace: tentando di far credere al sognatore di essere un boia, di essere a sua volta il Potere e di averne "urgenza", di poter "assolvere" e "condannare".

    In fondo, addirittura, il Potere finge di abdicare e gli pone l'alternativa se voglia essere giudicato, assolto o condannato. E' solo questione di sogni? Ne siamo e ne siete sicuri? Quante ribellioni sono state schiacciate veramente in questo modo? Quante volte una lotta, armata e non, è stata spenta facendo credere che ci fossero delle "manovre" inesistenti? Qualcuno si ricorda del "Grande Vecchio"? Ti puntano il dito addosso e ti dicono: "Sei pronto a condannare ogni forma di violenza senza appello e senza eccezioni?

    Sei pronto a condannare il terrorismo? La violenza degli agnellini! Per fortuna che l'Impiegato, dopo il Sogno numero due, ne fa un altro. Durante il quale vede la sua vita, e, disperazione per disperazione, decide di non cadere nel gioco. Sfugge al tranello della coscienza imposta. Schiva il fossato dell'inazione, della rassegnazione, dell'impotenza mascherata da buon senso.

    E, quando si sveglia, eccome se gli risponde al Giudice. Uno sberleffo. Vostro Onore, sei un figlio di troia. Si vedranno davvero. Lui ricomincia da capo. Dopo il sogno numero due, c'è il sogno numero zero! Potere troppe volte E' legato ad altre mani sganciato e restituitoci Dai tuoi aeroplani, Io vengo a restituirti Un po' del tuo terrore, Del tuo disordine, Del tuo rumore.

    Volete le "condanne senza appello"? Pronunciatele voi! Anzi, le avete già pronunciate! Ma non venite nei nostri sogni, perché come vi si risponde ce l'ha già fatto vedere Fabrizio de André. E' riuscita a trovarmi anche questa volta.

    E' sempre stata brava a trovarmi, lei. Mi trovava sempre. Anche quando mi nascondevo dietro le mie mille maschere.

    Oh mi conosceva, se mi conosceva! Tanto tempo fa Ma anch'io la conoscevo. Le ho sempre fatto credere che, senza di lei, certi libri non li avrei mai letti. Ha il coraggio di chiamare libri anche l'opera di quell'essere disgustoso, assassino di compagni. Non mi riesce nemmeno di scriverne il nome. Chiama libri quel cumulo di spazzatura. E la mia bomba, per lei, era oggettivamente di destra, ed io un impiegatuccio piccolo-borghese.

    Mi viene da ridere, a pensarci ora. Lei, con le sue creme, i suoi ninnoli e le sue trine.

    Sempre bella, sempre a posto. Lei, sempre col colorito giusto. Chiedendo quanti e chi fossero i convitati a quel tavolo di cucina, ricostruendone il numero dei coperti, fra stoviglie e tovaglioli sporchi rimasti dalla sera precedente. E con queste parole volle ripetere e sottolineare l'opinione che aveva dei miei amici: "Sono loro stasera i migliori che abbiamo? Certo le piacevano i miei occhi, me l'ha sempre detto.

    I miei occhi proprio identici ai suoi. I miei occhi che traboccavano di disprezzo. Il suo odio per quello che chiamava il mio "ribellismo piccolo-borghese" era solo la cifra della sua incapacità a capire la mia paura di arruginire. E, alla fine, sono arruginito anch'io. I capelli, nerissimi una volta, hanno cominciato da tempo a rigarsi di qualche filo bianco, sempre di più; per non parlare della barba. Chissà come mi vede adesso? Mentre mi paragona a quell'altro che ero.

    Ed ora cosa le dico? Come faccio, dopo tutto questo tempo, a salvare i suoi "Aiuto"? Non lo so. Non lo so proprio. Quasi sempre vagavo fra un bar e l'altro, in cerca di quel calore ad alta gradazione che nessuno sapeva darmi sotto forma di rapporti umani.

    Eravamo diventati amici forse per puro disegno del destino. Tu, vita regolare, una laurea ormai nel cassetto, l'unico progetto quello di proseguire per la tua strada, regolare, illibata, precisa.

    Io, ogni giorno un cielo diverso, stessi sogni, stessi vestiti. Un giovane invecchiato, un esempio di disagio. Parlare e' una liberazione, a volte. La solitudine puo' esserti amica, ma spesso i frammenti e gli attimi infiniti degli stralci esistenziali che, volente o nolente, solcano il cammino, necessitano di essere condivisi con qualcuno.

    E non con una donna, bensi' con un cervello maschile, non per intolleranza, ma per ragioni strettamente pratiche di vicinanza del concetto di vita, di morte, di merda sotto le scarpe. Per noi la vita era una scala di nuvole difficile da comprendere. Io e te, legati da quella stessa incapacita' di prevenire le ansie, i vortici che ci avvolgevano lenti, ma inesorabili. Due esistenze che non riuscivano a capire fin dove arrivava il confine predestinatogli, incapaci forse di essere totalmente felici, ma conscie, al punto di estremo rifiuto della societa', di dover percorrere una via alterna alla comune sopportazione.

    Fu cosi' che mi parlasti della bomba. E capimmo, in sere impregnate dal fumo delle nostre sigarette, che la posa del nostro personalissimo mattone era forse l'unico modo di cominciare a costruire l'infinita piramide che sognavamo.

    Non aveva importanza la quasi certezza che i nostri pensieri mal si adattavano ai progetti senza fine pratico della maggior parte dei cuccioli di un Maggio che era finito prima ancora di presentarsi; bisognava scaricare la rabbia, l'incapacita' di reagire, i tagli profondi e vermigli nella schiena.

    Mi insegnasti l'arte dell'esplosivo, e forse, in cuor tuo, sapevi di rischiare il tuo vivere terreno. Ma forse proprio per questo andasti avanti a ridere insieme a me, lungo serate come fiumi, in una vita che inesorabilmente passava come l'ultimo tram in una notte di pioggia, fra bicchieri e poesie.

    Terro' sempre con me quella vecchia foto ormai ingiallita dal tempo e dalla nicotina, in cui i nostri sorrisi malcelavano il resoconto di due vite solcate da un rasoio difficile da regolare.

    Non ti dimentichero' mai, stai tranquillo. Pero' dovevo farlo. Al ballo mascherato avevo definitivamente capito che l'unico modo per lasciare alle spalle un passato ingombrante era di far saltare in aria, con tutti, anche te. Mi sembra ancora di sentirti raccontare di individualismo, di vendette Quando sei esploso forse guardavi l'uscita, e forse avresti potuto raggiungerla, intuendo il pericolo.

    Ma non l'hai fatto, e io te ne sono grato. Sapevi che se c'era una minuscola ed invisibile via d'uscita era per forza quella, e poco importa che fossi io invece che tu ad azionare in quel mentre il detonatore. Se mai un giorno ti rivedro', so che non ti dovro' nemmeno chiedere scusa.

    Basteranno un sorriso triste e un abbraccio, e una stretta fra la mia mano magra e nodosa e la tua, piu' agile e indipendente. Poi sara' soltanto nebbia, ed ognuno, dopo un abbraccio, percorrera' il suo sentiero. Non hai da chiedermi scusa. Per niente. Me ne ricordo ancora di quando ti vidi per la prima volta. Entrasti in quel bar, incautamente. Non ne avevi certo bisogno di un altro giro. Tutti i bar precedenti li portavi scritti dentro gli occhi.

    I bar di quella sera, e quelli di tutte le altre sere prima di quella. Una lunga teoria di bar Ma non fu certo la tua "spiritosità" ad incuriosirmi. Il marchio. Fu il marchio e la tua andatura. Il modo in cui ti conducevi. A volte come una bandiera. Intrisa di orgoglio e di gloria a venire. Una bandiera. Una bandiera di un paese giovane, ma una bandiera! Poi, appena raggiunta la soglia necessaria, l'asta della bandiera si trasformava in qualcos'altro: una gruccia.

    Ed era una bandiera ancora peggiore. Più spaventevole. Un'arma da spianare in faccia alla vita. Un'arma da storpio, nell'anima. Sfido io che non eri ben visto dalla maggior parte della gente! E' stato a quel punto che ti ho lasciato guardare nei miei occhi, affinchè ti ci riconoscessi. E siamo diventati amici. E abbiamo parlato. Non è stato un disegno del destino, e nemmeno un caso. Io ti cercavo, da tempo. Avevo un debito da estinguere.

    Ti sei sbagliato sui miei progetti, come sulla mia laurea, che non ho mai preso. Tu cercavi qualcuno che ti insegnasse il "come si fa", e non ti è mai venuto di pensare che nessuno nasce "imparato". Anch'io conservo una foto, ancora più ingiallita di quella che conservi tu; una foto su cui, accanto al mio, è disegnato un altro sorriso, che non è il tuo. Per questo sapevo che ci avresti provato a far saltare in aria anche me.

    Stai tranquillo" suona alle mie orecchie diffidenti come una minaccia. Che ci vuoi fare? Del resto è grazie alla mia diffidenza se sono ancora vivo. Ho lasciato che tu credessi di essere riuscito a far saltare in aria anche me, durante quel fottuto ballo mascherato. Sapevo che avresti voluto farlo. Arriva sempre il momento in cui volete farlo! Poi hai seguito la tua strada.

    Come doveva essere. Non so se ci rivredemo. Considerati comunque abbracciato. La mia strada mi porta altrove. Chissà che non ci si incontri di nuovo, un giorno o l'altro. E cosi' mi hanno liquidato. Nemmeno una lira. Niente diritto d'autore, niente royalties, niente finali epici. Io, Berto, figlio di lavandaia, povero e colpevole d'essere povero, sono stato sepolto cosi', tra i fogli di giornale. Esattamente lo stesso giornale da cui lei "spiccava da ogni foglio".

    Ma vi siete mai chiesti che giornale leggesse? O che "Giornale? A noi, poveri, la rivolta da soli non e' data. Non ce la possiamo permettere. Possiamo si', quello si', possiamo diventare banditi, possiamo rapinare banche, organizzare rapimenti Altrimenti l'alternativa e' di finire "morti e arrugginiti".

    Non abbiamo spazi di liberta' noi. Clochard al massimo. Ma non anime salve. Per quello bisogna essere come minimo un popolo. Tutti i brani sono disponibili sul sito e sono elencati qui sotto. Da qui puoi anche scaricare in formato MP3 il brano Internazionalisti , divenuto l'inno dei nostri giovani. Per scaricare direttamente, senza avviare dal web il programma di ascolto, clicca sul link con il tasto destro e poi su Salva oggetto con nome.

    A richiesta, è disponibile anche il CD Canzoni Comuniste , con i brani storici del movimento operaio. This work is licensed under a Creative Commons Attribution 3. Jump to Navigation. Chi siamo Articoli Notizie Catalogo Forum.

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