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    Mariam usciva dalla stanza solo quando doveva andare in bagno, in fondo al corridoio. La ragazza con il tatuaggio, quella che le aveva aperto il portone, le portava i pasti su un vassoio: kebab di agnello, sabzi, minestra di aush.

    Il cibo non veniva quasi toccato. Jalil passava a trovarla diverse volte al giorno, si sedeva sul letto accanto a lei e le chiedeva se stesse bene. Dalla finestra, Mariam guardava con indifferenza lo svolgersi della vita quotidiana di Jalil, sulla quale aveva da sempre fantasticato, morendo dalla voglia di conoscerla da vicino. Il giardiniere bagnava le piante della serra e potava i cespugli. Lunghe automobili dalla linea affusolata si fermavano davanti alla casa.

    E mentre osservava Jalil che stringeva la mano a quegli estranei e salutava le loro mogli con un cenno del capo incrociando le mani sul petto, Mariam si convinse che Nana le aveva sempre detto la verità.

    Questo non era il suo posto. Ma qual è il mio posto? Che cosa devo fare adesso? Non avrai più niente, tu non sei niente! Mariam si mise a sedere sul letto a gambe incrociate, tirandosi la coperta sul grembo. Prese una scatola grigia di forma quadrata.

    Ci si mettono i dischi. Un grammofono. Hai otto anni. Aveva lo stesso sorriso di Jalil e la stessa fossetta sul mento. Non disse alla bambina che una volta aveva dato il suo nome a un ciottolo. Estrasse un piccolo disco dalla tasca sotto il coperchio della scatola. Tu sei il sultano del mio cuore, il sultano del mio cuore.

    Vuoi vedere una cosa?

    Io me ne frego. Non mi interessa. Micidiale, ti assicuro. Su, vieni qui, bambina mia. Vieni dalla tua Bibi jo. Non piangere. Su da brava. Povera piccolina. Poverina, poverina. Dal letto fissava il cielo, ascoltando i passi da basso, le voci smorzate e gli scrosci di pioggia che flagellavano i vetri. Mariam non riusciva a capire le parole. Il mattino successivo venne a trovarla il Mullah Faizullah. Sono anni che mi avete insegnato ogni sura e ogni versetto del Corano. Mi hai smascherato.

    Ma posso pensare ad altri pretesti per venirti a trovare. Non voi. Ma dovette fermarsi sentendo una specie di pietra che le si era conficcata in gola. Ha compiuto un gesto terribile contro se stessa. Contro se stessa, contro di te, e anche contro Allah. Lui la perdonerà, perché Lui è Colui che perdona, ma Allah è dispiaciuto per questo suo atto.

    Disapprova chi toglie la vita, sia la propria che quella degli altri, perché Allah dice che la vita è sacra. Il seme del suo gesto è stato piantato molto tempo fa, temo. Ti assicuro che non è stata colpa tua. Non è stata colpa tua, figlia cara. Avrei dovuto Questi pensieri non ti fanno bene, Mariam jo. Mi ascolti, piccola? Non ti fanno bene. Anzi ti distruggeranno. Non è stata colpa tua. Aveva la carnagione chiara, i capelli rossicci e mani dalle lunghe dita.

    Perché non ti lavi e scendi con noi? Devi scendere. Vogliamo parlarti. È importante. La donna con i capelli rossi che si era presentata come Afsun, la madre di Nilufar, sedeva alla destra di Jalil. Le altre due mogli, Khadija e Nargis, erano alla sua sinistra. Le tre donne portavano un leggero velo nero, non sulla testa, ma mollemente avvolto attorno al collo, come per distrazione. Molto difficile. Sentiva uno sgradevole ronzio nella testa.

    Le bruciava la gola. Il sole faceva scintillare le scaglie del pesce. Jalil e i ragazzi ridevano. Colse al volo un rapido scambio di sguardi fra le donne. Jalil, abbandonato sulla sedia, fissava la brocca, senza vederla. Un corteggiatore. È un pashtun, originario di Kandahar, ma ora vive a Kabul, nel distretto di Deh-Mazang, in una casa a due piani di sua proprietà.

    La stanza oscillava davanti ai suoi occhi e il pavimento sembrava sprofondarle sotto i piedi. Possiede una sua bottega ed è uno dei calzolai più richiesti di Kabul. Fa scarpe per diplomatici, membri della famiglia del presidente, quel genere di persone.

    Quello che dice, è vero? Quarantacinque al massimo. Tu che dici, Nargis? Lo sappiamo tutti. Quanti anni hai, quindici? Sua moglie, abbiamo saputo, è morta di parto dieci anni fa.

    E poi, tre anni fa, suo figlio è annegato nel lago. Negli ultimi anni si è cercato una sposa, ma non ne ha trovata nessuna che gli andasse bene. Non costringermi. A quel punto Mariam non seguiva più chi diceva che cosa.

    Rimase con gli occhi incollati su Jalil, in attesa che si pronunciasse, che dicesse che non una sola parola di quei discorsi era vera. Una casa, dei bambini tuoi? Ha una casa e un lavoro. E Kabul è una bella città, molto interessante. Sono sicura che lo farà. La spedivano lontano, perché era la personificazione in carne e ossa della loro vergogna.

    Diventeresti un peso per la sua famiglia.

    vi ricordate qlla canzone della pubblicità dei mon cherì!? | Yahoo Answers

    Mariam si immaginava a Kabul, una città grande, affilata, estranea che, come una volta le aveva detto Jalil, si trovava a seicentocinquanta chilometri a est di Herat. Seicentocinquanta chilometri.

    Non si era mai allontanata dalla kolba più dei due chilometri che aveva percorso a piedi per raggiungere la casa di Jalil. E ci sarebbero stati anche altri doveri - Nana le aveva spiegato che cosa fanno gli uomini alle loro mogli. Era in particolare il pensiero di quelle intimità, che immaginava come dolorosi atti perversi, a riempirla di paura, coprendola di sudore.

    Si rivolse nuovamente a Jalil. Diglielo tu che non permetterai che mi facciano una cosa simile. Adesso le donne tacevano. Nella stanza cadde il silenzio. Gli occhi di Jalil si alzarono lentamente, incontrarono quelli di Mariam e sostennero per un attimo il suo sguardo, poi si abbassarono. Come se fosse lui a subire il sopruso. Mentre le mogli tornavano alla carica con maggior lena cercando di rassicurarla, Mariam teneva gli occhi abbassati.

    Il suo sguardo seguiva la forma elegante delle gambe del tavolo, le curve sinuose degli angoli, la superficie marrone lucida come uno specchio. Otto Il mattino seguente, sopra i pantaloni di cotone bianco, le fecero indossare una veste verde scuro a maniche lunghe. Afsun le diede un hijab verde e un paio di sandali dello stesso colore. La condussero nella stanza con il lungo tavolo marrone, nel mezzo del quale erano posati un Corano, un velo verde, uno specchio e una ciotola di mandorle glassate.

    Indossava un abito marrone chiaro e una cravatta rossa. Evidentemente aveva appena lavato i capelli. Questa volta Khadija e Afsun si sedettero dalla parte di Mariam. Un forte profumo di colonia, dolciastro - non discreto come quello di Jalil - misto a fumo di sigaretta. Un olezzo penetrante che le invase le narici. Sul tavolo la ciotola dei canditi tintinnava al ritmo dei suoi passi lenti e pesanti. Respirava rumorosamente. Chiese a Jalil se aveva obiezioni a questa unione, ma lui scosse la testa.

    Poi chiese a Rashid se veramente desiderava stipulare un contratto di matrimonio con Mariam. Lei deve aspettare che io le ripeta la domanda tre volte. Il punto è che è stato lui a chiedere in sposa lei, non viceversa. Lei non rispose e il mullah glielo chiese nuovamente, questa volta con forza, Mariam sentiva che Jalil si agitava inquieto sulla sedia, e i presenti, innervositi, strisciavano i piedi sotto il tavolo.

    Fecero passare uno specchio sotto il velo. La carnagione appariva opaca e la pelle era brutta, macchiata. I loro sguardi si sfiorarono per un attimo nello specchio, poi scivolarono via. Dal punto in cui si trovava accanto a Jalil, vicino al paraurti posteriore, Mariam vedeva solo le volute di fumo della sua sigaretta che uscivano dal finestrino aperto.

    Attorno a loro la gente scambiava addii e strette di mano, baciava il Corano, poi tenendolo alto sul capo vi passava sotto in segno di buon augurio. Ragazzini a piedi nudi saltellavano tra i viaggiatori con il viso nascosto dietro vassoi carichi di sigarette e gomme da masticare.

    Mariam non riusciva a tollerarlo. Jalil si interruppe nel mezzo di una frase. Vennero divisi da una giovane coppia indiana, la moglie con bambino in braccio, il marito con una valigia al traino. Jalil sembrava grato di quella interruzione. Loro si scusarono e lui rispose con un sorriso cortese. Dovresti mangiare qualcosa. Non sapevo. Non sapevo che ti vergognavi di me. Non voglio più vederti. Non provarti a venire. Non voglio più sentir parlare di te.

    Mai più. Si diresse verso il fondo, dove Rashid sedeva con la sua valigia tra le gambe. Nove Era ormai tardo pomeriggio quando, il giorno seguente, arrivarono a casa di Rashid. Ormai sapeva di dover prestare molta attenzione quando lui parlava, anche se non aveva grandi difficoltà a capirlo. Lui, invece, non sembrava aver problemi a comprendere il farsi di Herat. Le case erano addossate le une alle altre e sul davanti avevano un piccolo cortile chiuso da un muro che le isolava dalla strada.

    La maggior parte delle case era in mattoni cotti e aveva il tetto piatto, ma alcune erano costruite in mattoni crudi, dello stesso colore polveroso delle montagne attorno alla città. Mariam vide piccoli cumuli di rifiuti sparpagliati qua e là dal vento. La casa di Rashid aveva due piani. Un tempo doveva essere stata dipinta di azzurro.

    Vide un gabinetto sulla destra e, sulla sinistra, un pozzo con una pompa a mano e un filare di alberelli stenti. La casa di Rashid era molto più piccola di quella di Jalil, ma in confronto alla kolba sembrava un palazzo. Le pareti erano spoglie. Nella kolba arrivava a toccare il soffitto con la punta delle dita.

    Conosceva il punto in cui, aprendo la porta, i cardini avrebbero cigolato. Conosceva ogni scalfittura e ogni crepa in ognuna delle trenta assi di legno del pavimento. Ora tutte queste cose familiari non esistevano più. Si trovava nella casa di un estraneo, con tutte quelle stanze che sapevano di tabacco, gli stipi pieni di utensili mai visti, i pesanti tendoni verdi e un soffitto che pareva essere irraggiungibile.

    Quei grandi spazi la soffocavano. Fu attraversata da fitte di lancinante nostalgia, per Nana, per il Mullah Faizullah, per la sua vita passata. E a sinistra il monte Ali Abad.

    Adesso smettila di piangere. Dico sul serio. Mi spiace, ma mi da sui nervi. Il viso di Mariam fu investito dal suo alito acre di fumo. Per questa volta. Sulle pareti, solo uno specchietto. Sono abituato a dormire da solo. La stanza destinata a Mariam era molto più piccola di quella dove aveva dormito nella casa di Jalil. La finestra dava sul cortile e, al di là del muro di cinta, sulla strada. Mariam si sedette sul letto. Si era fermato sulla soglia. Sai cosa sono?

    Ti fanno contenta? Mi spiace. Ti ho spaventata? Una sorta di provocazione. Allora va tutto bene. Buon per te. Bene, questa adesso è la tua casa. Vedrai che ti piacerà stare qui.

    Quasi tutti i giorni e sempre la notte. Ma non disse niente. Dieci Per i primi giorni Mariam quasi non usci dalla sua stanza. Sentiva Rashid che si lavava in bagno ed era ancora a letto quando lui entrava nella sua stanza per controllare che tutto fosse a posto prima di andare in bottega.

    Dalla finestra, lo osservava attraversare il cortile, assicurare la colazione al portapacchi della bicicletta che conduceva a mano fuori, sulla strada. Trascorreva intere giornate a letto, sentendosi disperatamente alla deriva. I tendoni di nylon a fiori puzzavano di cibo bruciato. Apriva i cassetti sbilenchi e osservava i cucchiai e i coltelli scompagnati, il colino e le spatole di legno scheggiate, presunti strumenti della sua nuova vita. Alla kolba il suo appetito era stato regolare.

    Qui, il suo stomaco raramente reclamava del cibo. Talvolta si sedeva alla finestra del soggiorno, con un piatto di riso avanzato e un pezzetto di pane. Osservava i tetti delle case a un solo piano che fiancheggiavano la strada. Pensava con nostalgia alle notti estive, quando lei e Nana dormivano sul tetto a terrazza della kolba, guardando la luna che splendeva su Gul Daman, con le camicie che, per il gran caldo, si appiccicavano al petto come una foglia fradicia al vetro di una finestra.

    Sentiva la mancanza dei pomeriggi invernali trascorsi a leggere nella kolba in compagnia del Mullah Faizullah, dello schianto dei ghiaccioli che si staccavano dagli alberi e cadevano sul tetto, delle cornacchie che gracchiavano sui rami carichi di neve. Sola in casa, Mariam passava nervosamente dalla cucina al soggiorno, saliva al piano di sopra per poi scendere di nuovo.

    Alla fine si rifugiava nella sua stanza, pregava o semplicemente se ne stava seduta sul letto, in preda alla nausea, alla nostalgia e al rimpianto della madre.

    Tremava al pensiero della notte, quando Rashid avrebbe potuto decidere di farle quello che i mariti facevano alle mogli. Stava sdraiata sul letto, terrorizzata, mentre lui mangiava da solo in cucina.

    Rashid si affacciava sempre alla sua stanza. Sono solo le sette. Sei sveglia? Rispondimi, su. Rashid si lasciava scivolar giù, mettendosi a sedere sulla soglia. Dal letto lei intravvedeva il suo corpo robusto, le lunghe gambe, il profilo adunco avvolto in spirali di fumo, la punta della sigaretta che a intervalli diventava incandescente per poi tornare a svanire nel buio.

    Lui le parlava della sua giornata. Un paio di mocassini che aveva confezionato su misura per il vice ministro degli Esteri - il quale, diceva Rashid, comperava le scarpe solo da lui. Un diplomatico polacco e sua moglie gli avevano ordinato dei sandali. Le raccontava le credenze che la gente aveva riguardo alle scarpe: posate sul letto avrebbero chiamato la morte nella famiglia, se uno infilava la sinistra prima della destra, si sarebbe verificato un litigio.

    Secondo lui erano soprattutto le donne a prestar fede a simili superstizioni. Le riferiva le chiacchiere che aveva sentito per strada, per esempio, che il presidente americano Richard Nixon aveva dovuto dare le dimissioni in seguito a uno scandalo.

    Aspettava angosciata che Rashid finisse di raccontare, spegnesse la sigaretta e togliesse il disturbo. Solo quando lo sentiva attraversare il corridoio, aprire e richiudere la porta di camera sua, solo allora si allentava la morsa che le attanagliava il ventre.

    Ma è assurdo. È passata una settimana e… Bene, da domani mattina, mi aspetto che tu cominci a comportarti come una moglie.

    Che questo fosse un albergo? Che io fossi una specie di locandiere? Oh, oh. La illah u ilillah. Cosa ho detto a proposito del piangere? Cosa ti ho detto a proposito del piangere? Rashid le aveva indicato dove si trovava, in fondo alla strada, a sinistra e poi subito a destra, ma bastava che Mariam seguisse il flusso di donne e bambini.

    Correvano avanti e indietro e per gioco inseguivano una vecchia ruota di bicicletta spingendola con un bastone. Mariam sentiva il loro brioso chiacchiericcio, le risate gorgoglianti.

    I mariti che adoravano le madri e non spendevano una rupia per loro, le mogli. O si trattava di un gioco muliebre che lei non conosceva, un rituale quotidiano, come mettere a bagno il riso o preparare la pasta del pane? Si aspettavano che anche lei prima o poi si unisse a loro? In coda per il tandur, Mariam colse mormorii e sguardi furtivi scoccati nella sua direzione. Forse tutte quelle donne sapevano che lei era una harami, motivo di vergogna per suo padre e per la sua famiglia.

    Tutte sapevano che aveva tradito sua madre e che si era disonorata. Aveva capelli corti, ispidi e un viso cordiale, quasi perfettamente tondo. Le labbra erano più piene delle sue e quello inferiore era leggermente pendulo, come appesantito da un grosso neo scuro cresciuto sul bordo.

    Aveva grandi occhi verdastri che osservavano Mariam con una scintilla di genuino interesse. Mariam jan, dico bene? Mi chiamo Fariba. Abito nella tua stessa via, cinque case a sinistra, in quella con il portone verde. Questo è mio figlio Nur. Ho un altro ragazzo più grande, Ahmad. Insegna qui a Deh-Mazang.

    Ho un cugino che ci abita. Oh, che meraviglia! Che città stupenda! Porta il nome della famiglia. I maschi si sposano e poi spariscono. Le femmine, invece, non se ne vanno e si prendono cura di te quando diventi vecchia. Un maschio e una femmina. La spaventate! Immaginava di essere sorpresa da Rashid mentre ancora cercava la casa su e giù, con il ginocchio sanguinante, persa nella sua stessa strada.

    Chiuse il portone sbattendolo alle sue spalle e mise il catenaccio. Mai in vita sua si era sentita tanto sola. Ma Rashid non nascose il proprio compiacimento quando vide la cena apparecchiata su una sofrah pulita, stesa sul pavimento del soggiorno. Sto morendo di fame. Mentre lui le asciugava con un canovaccio, Mariam gli mise davanti la zuppiera con il daal fumante e un bel piatto di riso bollito. Rashid immerse il cucchiaio nel daal dorato.

    E se non gli fosse piaciuto e si fosse arrabbiato? E se avesse respinto il piatto con disgusto? Anzi, più che buono, direi. Aveva cucinato qualcosa di buono - anzi, più che buono - e la sorprese il piacere che le dava quel piccolo complimento.

    A Calcutta. Certo, a Kabul. Dove, se no? Riavvolse il burqa fissando Mariam. Le donne si presentano a viso scoperto, parlano direttamente a me, mi guardano negli occhi senza vergognarsi.

    Sono truccate e portano la gonna sopra il ginocchio. Glielo permettono. Non trovano sconveniente che un estraneo tocchi i piedi nudi delle loro mogli! Ma ce ne sono anche qui, in questa zona, di questi uomini senza nerbo. È imbarazzante, francamente, vedere un uomo che ha perso il controllo della propria moglie.

    Vengo da una città dove, uno sguardo sbagliato, una parola sconveniente, e scorre il sangue. Vengo da un posto dove il volto di una donna è affare solo del marito. Voglio che lo tieni a mente. Al suo posto, una sensazione di gelo. Adesso dammi un altro piatto di quel daal. Rashid dovette aiutarla a infilarlo.

    Il pesante copricapo imbottito le stringeva la testa. Era strano vedere il mondo attraverso una grata. La innervosiva non poter vedere di lato, ed era sgradevole sentirsi soffocare dal tessuto che le copriva la bocca. Qui i bambini si spingevano a turno sulle altalene e giocavano a pallavolo con reti sfilacciate legate ai tronchi degli alberi.

    Passeggiarono insieme, guardando i ragazzi che lanciavano gli aquiloni. Ogni tanto Mariam, che camminava a fianco di Rashid, inciampava nel burqa. Per colazione Rashid la condusse in una locanda dove servivano kebab, vicino alla moschea di Haji Yaghub. Era come una finestra da cui si guardava senza essere visti. Dietro la cortina di stoffa, si sentiva protetta dagli sguardi indagatori degli sconosciuti. Non temeva più che gli altri, al primo sguardo, venissero a conoscenza di tutti i vergognosi segreti del suo passato.

    Kabul era infinitamente più animata di quel poco che aveva visto di Herat. Era la prima volta che Mariam lo assaggiava e non avrebbe mai immaginato che si potessero giocare simili scherzi al palato. Si diressero verso un luogo chiamato Kocheh-morgha, Chicken Street. Non come te e me. La strada era fiancheggiata da botteghe e piccoli chioschi che vendevano cappelli di astrakan e chapan multicolori.

    Un sorriso intimo, da coppia sposata. Passarono davanti a botteghe di artigiani, pasticcerie, fioristi, negozi di tappeti e di abiti da uomo e vestiti da donna, dove, dietro tende di pizzo, Mariam vide delle ragazze che cucivano bottoni e stiravano colletti. Ogni tanto Rashid salutava un bottegaio di sua conoscenza, a volte in farsi, altre in pashtu. Mentre si davano la mano e si baciavano sulla guancia, Mariam rimaneva a qualche passo di distanza.

    Le chiese di aspettarlo fuori da un negozio di ricami. Osservava le macchine che risalivano lentamente Chicken Street, infilandosi tra orde di venditori ambulanti e di pedoni, strombazzando ad asini e bambini che non volevano sapere di scostarsi. Osservava i mercanti che, dentro i loro minuscoli chioschi, fumavano annoiati o lanciavano sputi nelle sputacchiere di ottone.

    Le donne di questo distretto di Kabul appartenevano a una specie diversa da quelle dei quartieri poveri - come Deh-Mazang, dove abitava Rashid e dove tante donne erano interamente coperte. Queste donne erano… che parola aveva usato Rashid? Mariam le guardava muoversi disinvolte per la strada, a volte accompagnate da un uomo, a volte sole, a volte con bambini dalle guance rosee che indossavano scarpe lucide e orologi da polso con il cinturino di pelle, e cavalcavano biciclette dal manubrio alto e raggi color oro - a differenza dei bambini di Deh-Mazang, che avevano le guance butterate dai morsi dei pappataci e facevano correre vecchie ruote di bicicletta con un bastone.

    Queste donne erano tutte un dondolare di borsette e un fruscio di sottane. Mariam ne scorse persino una che fumava al volante di una macchina. Avevano le unghie lunghe, dipinte di rosa o di arancio, e le labbra rosse come tulipani. Portavano occhiali da sole e, quando la sfioravano passandole accanto leggere e veloci, Mariam coglieva un refolo del loro profumo.

    Immaginava che tutte fossero laureate, che lavorassero in un ufficio, ciascuna dietro la propria scrivania, dove battevano a macchina, fumavano e facevano telefonate importanti a persone importanti. Queste donne la mandavano in confusione. Le facevano toccare con mano il suo modesto livello, il suo aspetto insignificante, la sua mancanza di aspirazioni, la sua ignoranza del mondo.

    A quel punto Rashid fece un gesto commovente. Sbatté le palpebre, poi distolse lo sguardo. Nana aveva avuto ragione: i regali di Jalil non erano stati altro che segni rivelatori di una riparazione non sentita; gesti insinceri, ipocriti, intesi a soddisfare più se stesso che lei.

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    Questo scialle invece, Mariam lo sentiva, era un vero regalo. Mariam prese a tremare. Ora la mano di Rashid era posata sul suo seno destro e lo palpava con violenza attraverso la camicia.

    Mariam lo sentiva respirare affannosamente dal naso. Lei emise un gemito, chiuse gli occhi e strinse i denti. Il dolore fu improvviso e inaspettato. Nella oscurità, Mariam vedeva le lancette azzurre del suo orologio. Rimasero sdraiati supini per qualche tempo, senza guardarsi. È quello che anche il Profeta ha fatto con le sue mogli. Il traffico si era fatto lento, meno intenso, addirittura pacato. I negozi si erano svuotati. I ristoranti avevano spento le luci e chiuso le porte.

    Mariam non vedeva nessuno che fumasse per strada, né scorgeva tazze di tè fumante sul davanzale delle finestre. Quando non mangiava, tornava a casa di pessimo umore. La fame lo rendeva brusco, irritabile, impaziente. Una sera Mariam era in ritardo di qualche minuto con la cena e lui si mise a mangiare pane e ravanelli.

    Mariam accolse con sollievo la fine del Ramadan. Un anno le aveva regalato uno scialle di lana. Prendevano il tè, poi Jalil si congedava. Veniva in visita anche il Mullah Faizullah.

    Portava a Mariam i cioccolatini avvolti nella stagnola, un cesto di uova sode colorate e una scatola di biscotti. Rimasta sola, Mariam si arrampicava su uno dei salici con le sue leccornie. Finiti i cioccolatini, attaccava i biscotti e con una matita disegnava delle facce sulle uova colorate.

    Ma in questo rituale non provava grande piacere. Lei non si era mai trovata a partecipare a tanta animazione. Incuranti del clima gelido, le famiglie si riversavano per le strade per i frenetici giri di visite ai parenti. Uscita di casa, Mariam vide Fariba con suo figlio Nur in completo elegante. Dal collo di Ahmad pendeva un ciondolo con il nome di Allah. Vedendola al fianco di Rashid, Fariba la riconobbe, nonostante il burqa.

    Mariam rispose che non la conosceva. E il marito si crede una specie di intellettuale. Invece è un topo. Non sembra un topo? Le donne portavano alti sul capo vassoi di dolci. Mariam ammirava le festose lanterne appese nelle vetrine e ascoltava la musica trasmessa a tutto volume dagli altoparlanti. Ma le mancava soprattutto Nana. Avrebbe desiderato che sua madre fosse viva per vedere quello spettacolo. Per vedere lei in mezzo a tanta gioia. Per vedere che in fondo il piacere e la bellezza non erano inarrivabili.

    Neppure per quelle come loro. Tutti uomini, amici di Rashid. Quando sentiva bussare, Mariam sapeva di dover salire in camera sua e chiudere la porta.

    Rashid le aveva detto di non scendere prima che gli ospiti fossero andati via. La cosa non le spiaceva. Anzi, si sentiva persino lusingata.

    Rashid riteneva ci fosse qualcosa di sacro nella loro vita comune. Il suo atteggiamento protettivo la faceva sentire preziosa. Un tesoro ricco di significato. Mariam, che aveva avuto disturbi di stomaco tutta la notte, si fece una tazza di tè verde spruzzato di cardamomo.

    Non aveva intenzione di entrare nella stanza di Rashid. Scorse un pacchetto di sigarette sul cassettone accanto al letto. La rimise nel pacchetto. Non sarebbe mai riuscita a imitare la grazia naturale con cui fumavano le donne di Kabul. Lei era impacciata, ridicola. Per prima cosa vide la pistola. Era nera, con il calcio di legno e la canna corta. Era più pesante di quanto si immaginasse. Il calcio era liscio e la canna fredda. Ma certamente la custodiva per la loro sicurezza. Per la sua sicurezza.

    Rimase senza volerlo con la bocca spalancata. Su ogni pagina vedeva donne, donne molto belle, che non indossavano né camicia, né pantaloni, né calze, né mutande. Erano completamente nude. Sdraiate su un letto tra lenzuola disfatte, fissavano Mariam con le palpebre socchiuse. In altre stavano carponi, come se - Dio la perdoni per quel pensiero fossero in sujda, prosternate per la preghiera.

    Mariam rimise rapidamente le riviste dove le aveva trovate. Si sentiva intossicata.

    Chi erano quelle donne? Come potevano permettere di essere fotografate in quel modo? Il suo stomaco si rivoltava dal disgusto. Era questo che Rashid faceva le sere in cui non andava a trovarla in camera sua? E che dire di tutto quel gran parlare che faceva di onore e di rispettabilità, del suo disprezzo per le clienti che, dopo tutto, gli mostravano solo i piedi perché prendesse le misure per le scarpe?

    Il volto di una donna è affare solo del marito. Certamente le donne delle fotografie avevano marito, se non tutte, qualcuna.

    Mariam sedeva sul letto imbarazzata e confusa. Si prese il volto tra le mani e chiuse gli occhi. Dopo tutto Rashid era vissuto da solo per molti anni prima che lei arrivasse in quella casa. Aveva bisogni diversi dai suoi.

    Il modo in cui la possedeva, le strizzava i seni, la furia con cui agitava i fianchi. Era un uomo. Tutti quegli anni senza una donna.

    Splendido splendente – Wikitesti

    Mariam sapeva che non avrebbe mai potuto parlargli di questo. Erano cose indicibili. Ma anche imperdonabili? Le bastava pensare agli altri uomini della sua vita. Qual era la cosa peggiore, le riviste di Rashid o quello che aveva fatto Jalil? E comunque chi autorizzava lei, una ragazza di campagna, una harami, a emettere giudizi?

    Poteva avere quattro o forse cinque anni. Indossava una camicia a righe con il farfallino. Era un bel bambino, con un naso sottile, capelli castani e occhi scuri leggermente infossati.

    Ritraeva una donna seduta e, dietro di lei, un Rashid più giovane, più snello, con i capelli neri. La donna era bella. Forse non come le donne delle riviste, ma bella. Certamente più bella di lei. Aveva il mento piccolo e lunghi capelli con la scriminatura centrale, zigomi alti e fronte delicata. Le teneva le mani sulle spalle. Il sorriso compiaciuto di lui, a labbra strette, il viso accigliato di lei, senza sorriso.

    Teneva il corpo impercettibilmente piegato in avanti, come se cercasse di liberarsi dalle mani del marito. A che scopo? Che cosa aveva scoperto di significativo su di lui? Che possedeva una pistola, che era un uomo con i bisogni di un uomo? Aveva attribuito un significato del tutto particolare a un atteggiamento momentaneo del corpo, fissato per caso. Anche lui aveva avuto una vita difficile, una vita segnata dal lutto e da tristi rivolgimenti del destino.

    La addolorava, la addolorava moltissimo immaginarsi Rashid che percorreva disperato e impotente le rive del lago, scongiurandolo di risputare suo figlio sulla terra ferma. Era come se un arcobaleno si fosse liquefatto nei suoi occhi.

    Rashid tamburellava con le dita guantate, canticchiando una canzone. Ogni volta che il bus sobbalzava sulla strada dissestata o faceva un movimento brusco, la sua mano scattava a proteggere il ventre di Mariam. Un maschio. Dei passeggeri indicavano qualcosa e altri si piegavano sui sedili per riuscire a vedere. Ai semafori, dai finestrini delle macchine si affacciavano visi che sgranavano gli occhi verso il cielo, da cui scendevano soffici fiocchi.

    Forse perché offriva la possibilità di ammirare qualcosa di incontaminato, di immacolato? Di cogliere la grazia fuggevole della nuova stagione, di un inizio incantevole, prima che la neve venisse calpestata e insudiciata? Si avvolse le spalle in uno scialle e scese nel cortile innevato. La pesante nevicata della notte era cessata. Ora solo qualche raro fiocco sparso volteggiava, posandosi leggero sulle sue guance.

    Kabul era stranamente silenziosa sotto la coltre bianca, spirali di fumo si alzavano serpeggiando qua e là. Il piccolo avrà bisogno di una culla. Ma non dovevi vederla prima che fosse terminata. Era felice di quella gravidanza, ma le aspettative di Rashid la disturbavano. Il giorno precedente era tornato a casa con un giacchino invernale di pelle scamosciata, foderato di morbido montone, le maniche ricamate con preziosi fili di seta rossa e gialla.

    Per il bambino. Mentre la segava in due, le disse di essere preoccupato per le scale. Avrebbero dovuto riporre coltelli e forchette fuori dalla sua portata. I maschi sono spericolati. Dispose materassi e cuscini lungo le pareti del soggiorno e pose sul tavolo ciotole di mandorle candite e tostate. Nel tardo pomeriggio era già in camera sua, dove si era ritirata prima che gli uomini arrivassero.

    Stava distesa sul letto mentre al piano terra fischi, risate e schiamazzi andavano crescendo di volume. Non riusciva a impedire che le mani le corressero al ventre. Le vennero le lacrime agli occhi. E ora eccola qui, in un paesaggio roccioso di colline brulle, con una casa sua, un marito suo, in procinto di raggiungere la meta agognata, unica e definitiva: la Maternità. Che piacere pensare a questo bambino, il suo bambino, il loro bambino.

    Che gioia sapere che il suo amore per questa creatura aveva già reso insignificante ogni altro sentimento provato sino a quel momento, sapere che non avrebbe più avuto bisogno di giocare con i ciottoli.

    Poi il suono metallico di un martelletto che accordava la tabla. E incominciarono i fischi, gli applausi, le grida e i canti. Poi si mise a ridere tra sé e sé, ripetendolo ancora e ancora, assaporando le parole, Quando Mariam pensava al bambino, sentiva il cuore gonfiarsi.

    Si gonfiava, si gonfiava sino a che tutti i lutti, tutto il dolore, tutta la solitudine e la mortificazione della sua vita svanivano. Ora lo sapeva. Stese il tappeto di preghiera e fece il namaz. Se ne stava seduta in un angolo da sola, passando la pietra pomice sui talloni, isolata da un muro di vapore dalle forme che le passavano davanti. Alla vista del sangue si mise a gridare.

    Scalpiccio di piedi sui ciottoli bagnati del pavimento. Visi che la scrutavano attraverso il vapore. Schiocchi di lingue. È normale? Ancora neve. Fitta questa volta. Si ammucchiava sui marciapiedi, sui tetti, aderiva a chiazze alla corteccia degli alberi sparuti, Mariam vedeva i negozianti che spalavano la neve davanti alle botteghe. Un gruppo di ragazzini inseguiva un cane nero. Agitarono allegramente le mani per salutare i passeggeri del bus.

    Mariam si volse verso Rashid. Teneva gli occhi chiusi. Non canticchiava. Avrebbe voluto togliersi le calze fredde, il maglione di lana bagnato che le irritava la pelle.

    Avrebbe voluto non essere su quel bus. Rimase seduto in camera sua a fumare sigarette tutto il giorno. Mariam, distesa sul divano, con le mani tra le ginocchia, fissava i mulinelli di neve che turbinavano fuori dalla finestra. Una volta Nana le aveva detto che ogni fiocco di neve era il sospiro di una donna infelice da qualche parte del mondo. Che tutti i sospiri che si elevavano al cielo, si raccoglievano a formare le nubi e poi si spezzavano in minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente.

    Allora il bambino tornava in vita e lei lo sentiva, sentiva i suoi borbottii di fame, i gorgoglii, i farfugliamenti. Lo sentiva cercare il suo seno.

    Poi arrivarono dei giorni in cui le sembrava che la sua infelicità non sarebbe durata per sempre. Mariam aveva paura di uscire.

    Alcune ne avevano sette o otto e non sapevano quanto fossero fortunate, quale benedizione avessero ricevuto: i loro figli erano felicemente cresciuti nel loro ventre, erano vissuti sino a sgambettare tra le loro braccia e a succhiare il latte dal loro seno. Una voce dentro di lei cercava di confortarla offrendole una consolazione compassionevole, ma fuorviante.

    Avrai altri figli, inshallah. Sei giovane. Certamente avrai molte altre occasioni. Ma il dolore di Mariam non era arbitrario o generico. Certi giorni pensava che il bambino fosse stato una benedizione immeritata, e che lei fosse stata punita per quello che aveva fatto a Nana. Perché in realtà era come se fosse stata lei a far scivolare il cappio attorno al collo della madre, non era forse vero?

    Le figlie traditrici non meritavano di diventare a loro volta madri, e questa era la giusta punizione. Faceva sogni agitati, in cui il jinn di Nana la notte entrava di soppiatto nella sua camera, le affondava gli artigli nel ventre e le rubava il bambino. In quei sogni, Nana gongolava di piacere per la sua vendetta. Altri giorni, Mariam era paralizzata dalla rabbia.

    Era stata colpa di Rashid, dei suoi prematuri festeggiamenti. Della sua ostinazione a credere che fosse incinta di un maschio. Cercando già il nome per il bambino. Dando per scontata la volontà di Dio.

    Colpa sua, averla mandata al bagno. No, non era colpa di Rashid. La colpa era sua. Era furiosa con se stessa per aver dormito nella posizione sbagliata, per aver mangiato cibi troppo piccanti, per non aver mangiato abbastanza frutta, per aver bevuto troppo tè. Era colpa di Dio, che si era beffato di lei in quel modo. Che non le aveva concesso quello che invece aveva accordato a tante altre donne. Era kofr, sacrilego, intrattenere simili pensieri.

    Allah non era malevolo. Non era un Dio meschino. Schiacciata dai sensi di colpa, Mariam si inginocchiava e pregava Dio che le perdonasse quei pensieri. Mangiava, fumava, andava a letto, a volte nel cuore della notte tornava da lei per un accoppiamento breve e, negli ultimi tempi, piuttosto brutale. In quel periodo le teneva spesso il broncio, trovava da ridire su come cucinava, si lamentava del disordine in cortile o le faceva notare anche la minima sporcizia che scopriva in casa.

    Non le comperava più dolci o regali, non si fermava più a dirle il nome dei luoghi come aveva sempre fatto, e le domande di Mariam sembravano innervosirlo. Una sera erano seduti in soggiorno e ascoltavano la radio. I venti gelidi che incollavano la neve sul viso facendo lacrimare gli occhi si erano placati. Argentei batuffoli di neve si scioglievano sui rami degli olmi giganteschi e al loro posto, tra qualche settimana, sarebbero spuntate le prime turgide gemme verde pallido.

    Rashid batteva distrattamente il piede al ritmo della tabla di una canzone di Hamahang, strizzando gli occhi per il fumo della sigaretta. Rashid non rispose.

    Certamente no. Sogni proibiti — Ciro Festosi Marzo 23, Normalmente fai una cosa alla volta o tante contemporaneamente? Taylor Swift — Discografia completa Settembre 1, Sei sicuro di voler eliminare questa risposta? Ancora giorni freddi — Lucci e Coez. Anastacia — Discografia completa Giugno 13,. Greedy — Ariana Grande Testo e Accordi per chitarra. È contenuto nei seguenti album: Pybblicita giorni freddi — Lucci e Coez.

    Ma se ghe penso. Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Discorsi senza senso o inopportuni, contenuti per adulti, spam, insulti ad altri iscritti, visualizza altro.

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